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Tuesday, 3 November 2015

Qualcosa è cambiato. Nuovi progetti, vecchie prospettive.

Salve, sono sybin, forse vi ricorderete di me per post come The Kite Flyer, oppure SybinQ Art Projects is Born. Tutta roba che scrivevo mentre ero a Londra, dove ho passato gli ultimi cinque anni.
L'ultimo post che ho scritto risale a Dicembre 2011 e, mentre spazzolo via la polvere virtuale ed elimino le ragnatele dalla rete, faccio il punto della situazione: un anno dopo avrei avuto una figlia (non, ceci n'est pas un mommy blog. Jamais! Jamais!) e ancora sei mesi dopo io e la mia famigliola ci saremmo ri-trasferiti in Italia.

A Bergamo, per la precisione, e non a Roma che è la mia città natale.

Roba che quando racconto questo ad un interlocutore c'è ancora chi mi chiede se sono sana di mente: "Usti! Da Londra a Bergamo? Bel cambiamento, neh?" Eh. Confesso che tale prospettiva non entusiasmava neanche me, che mi occupo di arte contemporanea ed ero scappata a Londra proprio per avere "qualche chance in più." Tuttavia, poi siamo arrivati qui e lo scetticismo iniziale si è trasformato in "umh", un suono onomatopeico a metà tra la riflessione e l'apprezzamento.

Per esempio, ho cambiato punto di vista. Per dire, a Londra, quando aprivo la mia famosa bay window, avevo questo paesaggio:


Paesaggio urbano e poco attraente, si, ma vivevamo a un tiro di schioppo da Oxford Street, quindi, ci stava. Il quartiere di Fitzrovia era la nostra oasi tranquilla nel mezzo del caotico centro di Londra. Però, per dire, adesso apro la finestra della casa a Bergamo, che nel mio giudizio iniziale era La Qualunque cittadina mai frequentata del Nord Italia, ed il paesaggio è il seguente:

Photo Credits: Eco di Bergamo
Quello che ti frega, a Bergamo, per quanto puoi essere prevenuta, sono le colline. La città alta è un gioiellino incastonato dalle mura e tutt'intorno la morbidezza di queste colline, puntinate da chiesette e abitazioni, sembra quasi un comitato di accoglienza.

Ho cambiato prospettiva. Quando arriva una figlia a cambiarti la vita si cerca un luogo che sia a misura di bambino e di famiglia. Ho iniziato perfino a parlare di maternità, in pillole.  Questo però non vuol dire che io sia stata con le mani in mano fino a questo momento: del resto, organizzare mostre e fare il curatore è una specie di mania.

Ecco un progettino a cui ho lavorato l'anno scorso: www.lightingmoodscontest.com
Un parco pubblico. Delle lampade ad energia solare. La sinergia tra arte e nutrimento culturale. Un concorso per artisti emergenti che ha visto vincere la giovane Isabella Mara, che ha avuto l'occasione di lavorare accanto ad altre due artiste storiche come Mariella Bettineschi ed Alice Anderson. L'idea era di trasformare un parco pubblico di periferia in un luogo espositivo, mettendo l'arte alla portata di tutti e ponendo l'accento sull'importanza delle energie rinnovabili.

Un altro bel progetto a cui sto lavorando attualmente è stato annunciato oggi su un altro blog, precisamente Ma Che Davvero di Chiara Cecilia Santamaria, che seguo praticamente dagli esordi. Che emozione! Ecco perché sono qui ad aggiornare in fretta e furia il mio bistrattato blog, nell'attesa che venga trasformato in un funzionalissimo sito web.

E continui a portare avanti gli intenti di SybinQ Art Projects di promuovere l'arte contemporanea attraverso la circolazione delle cultura, la commissione di nuove opere per spazi inconsueti e la creazione di networks internazionali.

Stavolta, per il Book Art Project lo spazio inconsueto è quello di un libro, trasformato in opera d'arte in un progetto unico nel suo genere. Per l'occasione, SybinQ Art Projects ritorna a Roma, al Pastificio Cerere, luogo storico di San Lorenzo, sede di studi di artisti che hanno fatto la storia della pittura Italiana, come ad esempio Giuseppe Gallo, per cui ho avuto il piacere di lavorare prima che la mia avventura Londinese avesse inizio.

La mostra sarà allo Spazio Cerere dal 26 al 30 Novembre 2015, e per me è un po' come tornare a casa, in tutti i sensi. Vi aspetto!


© Chiara Cecilia Santamaria, Ma Che Davvero

Tuesday, 20 September 2011

Se ti girano in senso antiorario è peggio

Sentirsi come una tagliola pronta a scattare, una tagliola piena di dentini di ferro minacciosi e arrugginiti, che devono fare un gran male quando affondano nella carne.

Scocciarsi per un nonnulla e ingoiare, che ancora non hai imparato a proferire eleganti accidenti in un'altra lingua, e comunque sarebbero diretti ad un oggetto inanimato quale il computer.

Pensare che non succede niente d'interessante, non sta succedendo niente d'interessante, non succederà mai niente d'interessante, in particolare a te. E stai gettando una decina di chilometri di momenti morti al vento perché non riesci a pensare a qualcosa d'interessante per sbloccare la situazione.

Guardare torva il cielo grigio, che senz'altro non aiuta. La temperatura che a tuo giudizio è glaciale in modo quasi offensivo per essere Settembre, certamente non aiuta.

In conclusione, il pensare che, di fondo, il motivo in particolare per cui ti girano così tanto, qual'è?
Il non trovare una risposta a questa domanda, o forse il trovarla e fare finta di niente per non cadere nei luoghi comuni dello schiavismo femminile da ormone, ti fa capire che stanno girando in senso antiorario, ovvero controcorrente.

Ed è decisamente peggio.

Friday, 22 July 2011

Tanto di Cappello

Mai come ieri e' stato piu' frustrante per me il non avere una macchina fotografica.
E' estate, e in Inghilterra significa che comunque piove e fa fre-schi-no in paragone ai 40 gradi romani, ma significa anche che le compagnie organizzano feste aziendali per la delizia degli impiegati.
Se poi, come me, capita che lavori per un molto celebrato artista Inglese con la passione per le feste in grande stile, esce fuori una giornata come quella di ieri.

Dato che non posseggo immagini o particolari di immagini, provero' a pensare fuori dalla scatola e a darmi alla descrizione, stara' a voi riempire gli spazi vuoti con la vostra immaginazione.

In barba al tempo, che devo dire ci ha graziati, la festa si e' svolta all'aperto, fuori Londra, in una proprieta' che conta ettari che la sottoscritta non e' in grado di quantificare, ed ha una chiesa sconsacrata che si erge nel suo centro. Gia' questo dovrebbe dare un indizio su chi mai possa essere questo artista. Hum.
La chiesa, nonostante sia completamente impacchettata da impalcature e teli grigi, e' di inconfondibile stile gotico. Le sue pareti sembrano delicate e friabili come quelle dei castelli di sabbia, il colore giallo poco acceso. La parte interna resa accessibile presenta candelabri accesi, antiche vetrate dipinte che occupano un quadrilatero centrale, pavimento sobrio con un inamovibile strato di polvere sabbiosa sopra, e stanze con vari tipi di intrattenimento, dal biliardino alla pista delle macchinette a un muro digitale per graffiti virtuali. Si notano le tracce dell'uso che di queste stanze si e' probabilmente fatto secoli fa: la biblioteca, il refettorio, il parlatorio. Fuori all'aperto c'e' un vero street artist, un writer, intento a spruzzare colore sapientemente su un pannello nero. Un altro pannello nero e' messo a disposizione degli ospiti.
I colori e i disegni di quest'ultimo si fanno decisamente la guerra tra loro. Ognuno lascia la sua traccia, che viene prontamente cancellata dalla persona successiva. Caos versus ordine.

Nel cortile principale c'e' un banchetto luculliano e la fila per prendere il cibo da varie stazioni: ovviamente la piu' gettonata e' quella Italiana, con salami, prosciutti, gloriose insalate, manzo e gamberoni alla piastra. Due giri di giostra, nel senso che ti riempi il piatto due volte, e gia' non ce la fai piu'. Tra samosa indiane e panzanella snaturata, sei pronta ad innaffiare il tutto per benino con Pimm's e prosecco. A proposito di giostre, dopo due scalinate che uniscono i terrazzamenti del prato c'e' un vero e proprio luna park: attrazioni spaccapolmoni e azzeravoce, zucchero filato, gelati, bancarelle che offrono premi in cambio di un centro, lettura dei Tarocchi, tiro al piattello con fucili al laser, macchinette a scontro. Sullo sfondo del paesaggio, chiesetta con cimitero annesso che non fa parte della tenuta.
Hai il tuo bel da fare per imparare i nomi delle attrazioni in Inglese, e a tutt'oggi ancora non li hai capiti o non te li ricordi. Ad esempio, le macchinette a scontro sono i "Dodgems".
Una giostra in particolare, con seggiolini a grappoli che roteavano fino all'inverosimile, era stata soprannominata "The Spider". Una tua collega ci ha non troppo felicemente lasciato meta' del pranzo e svariati cocktails, mentre a te, devi ammettere, ha fatto digerire.
Non essere una gran bevitrice ha sempre avuto i suoi vantaggi.
Continui a chiamare una giostra "The Ball", riferendoti a una malefica sfera metallica che veniva lanciata in aria con te dentro a 30 metri di altezza per mezzo di elastici, e continuava a sballonzolare su e giu' con un numero non ben identificato di giri su se stessa, e nessuno capisce.
Quello, in effetti, era un "Inverted Bungee Jumping".
Non capita tutti i giorni di poter provare quello che prova la pallina del flipper. Come non capita tutti i giorni di imbracciare un fucile che pesa un accidenti, ma spara proiettili digitali.

Strillare a pieni polmoni mentre vieni catapultata in aria e a testa in giu' e' un qualcosa che avevi forse dimenticato. Nonostante il troppo alcool gratuito in circolazione, quel tipo di giramento di testa e' qualcosa di meglio: adrenalina.
Alzi le braccia al vento, felice, e ti ricordi che uno dei tuoi piu' grandi desideri e' volare.
Ti ricordi anche che, quando la barra di sicurezza che ti regge al seggiolino si muove proprio mentre stai a testa in giu', quando eri una ragazzina tendenzialmente la ignoravi.
Adesso da brava donna matura pensi: "Oddio ti prego non farmi volare per davvero che non so atterrare!" Da spericolata a leggermente fifona, roba che se il bungee jumping non era "inverted", probabilmente col cavolo che ci salivi.

Bolle di sapone fluttuano a mezz'aria, alcune gigantesche.
Artiste del colore lavabile dipingono le facce di bambini e adulti.
Si vedono saette, fiori, Spiderman, mostri, fate e glitter.
Il padrone di casa e' in giro, indossa un berretto arancione e scarpe dello stesso colore del berretto.
Saluta gente, scambia grossi abbracci. Gran bella festa.
Il tiro alla fune: tirare con tutte le tue forze con altre dieci persone e scoprire che, nonostante il puntare i piedi e gli urli di guerra, non ce la fai. Tugs of war.

E la pioggerella che per almeno venti minuti viene a bagnare il prato verde, perfettamente falciato, martoriato da forse un centinaio di piedi, e che manda il classico odore dolciastro dell'erba. Qualcuno distribuisce impermeabili di plastica, sempre offerti dalla casa. Qualcun altro decide che e' il momento ideale per un tuffo in piscina dove gia' nuotano delfini di plastica e ciambelle rosa.
L'aria e' tiepida e la pioggia non interrompe nulla: fa fare una pausa prima dell'apertura delle danze.
Sei appena stata in bagno e sei sicura al 90% che quelli del loculo accanto stavano facendo roba.
Hai visto il direttore della Tate che gironzola da solo e hai una mezza idea di andargli a ricordare che ti ha visto una volta durante una conferenza alla Whitechapel Gallery. Quando hai raccolto il coraggio, lo vedi incollato al Blackberry che non alza piu' gli occhi. Decidi di aspettare e quando ti giri nuovamente e' sparito. Tipico.

E infine ballare al suono del rock, twist and shout, ritrovarti schiena a schiena con gente che non conosci facendo finta di andare sott'acqua, fare la mossa del can-can, vedere la tua serissima manager ubriaca come una cucuzza che cerca di mantenere un poco di dignita' e accenna qualche passetto di danza senza mollare mai il bicchiere mezzo vuoto.
E saltare, accompagnare agli urli di prima i canti di ora.
Abbracciare l'uomo che ami, che per fortuna e' tuo marito e se la sta divertendo pure lui. Gli sei infinitamente grata perche' ha acconsentito a salire con te sulla "palla malefica" e ci ha quasi rimesso il suo equilibrio psico-fisico.

Infine, un pullman, anzi due, verso casa.
E prima di ripartire, le corse in un campo di quei fili d'erba alti che si mettono in bocca, con il sole che finalmente fa capolino. Non hai mai capito perche' fa tanto contadino mettersi cotali fili d'erba in bocca e ruminare, ma sorridi pensando che tutto il mondo e' paese.
Sparire nell'erba alta buttandosi per terra, rotolare lasciando tracce.
Un bacio rubato all'ombra degli steli.
Il prurito che ti rimane sulle braccia e le ultime foto con le colleghe allegrotte, quelle che non ti spieghi come fanno a stare ancora in piedi. Una e' Danese, l'altra Australiana.
Questo per smentire i luoghi comuni sugli Inglesi.
Sul pullman la festa continua, si fanno le gare virtuali con il pullman compagno e ogni volta che ci si supera volano gestacci, urla, sederi all'aria spalmati sui vetri.
Roba che una cosa del genere non te la ricordi nemmeno in gita scolastica.
Radio a tutto volume e scopri che, se pensavi di non sapere le parole di una canzone perche' non sei madrelingua Inglese, non sei la sola.
Un'altra dura prova per le tue corde vocali martoriate.

Insomma, una giornata cosi.
Che ti fa pensare che si, se ne possono dire tante sugli Inglesi, ma per i festoni distruttivi ben riusciti bisogna proprio lasciarli perdere.
Tanto di cappello.

Wednesday, 18 May 2011

Requiem for a Dream

Ed ecco a voi: il post che cerca di fare il vago, ma e' un annuncio pubblico nella rete.
Succede che ci si senta sconvolti per una notizia inaspettata. Una cattiva, di quelle che ti lasciano a meta' tra il "ma dai, pure la morte di Michael Jackson sembrava uno scherzo" e il "..." Letteralmente ...
Fluttui tra la consapevolezza della realta' e la distanza che ti separa dall'apprendere un dato di fatto ineluttabile, orribile. Succede che ricevi un' email in cui, nell'oggetto, ti si consiglia caldamente di "metterti seduta". Oddio.
Qualcuno si sposa? Un altro pupo in arrivo? Beccato il Jolly al Superenalotto? No.
Leggi le parole e non comprendi bene. La prima sensazione e' che i pensieri sembrano essersi fermati, anzi no, sono fermi, in stand-by. Un torpore ti cala sulla testa e tutto si fa ovattato, mentre lo stomaco, l'unica parte di te che non si fa fregare, si contorce.
Leggi di un nome, una persona che conosci. O meglio, conoscevi molti anni fa, quando avete passato intere estati assieme al vostro gruppo di amici comuni, una banda di adolescenti sfigati, e interi inverni a giocare a Dungeons & Dragons, lui l'Elfo e io il Bardo Mezz'Elfo, o andare al cinema in tre, tu, lui e l'altro, il giorno di San Valentino perche', si sa, l'altra meta' del cielo e' ancora lontana. Pomeriggi infiniti a suonare i Guns'n'Roses, Ligabue e i Litfiba alla chitarra, e cantare a squarciagola parole che riflettevano cuori infranti e amori impossibili. Feste improvvisate in cui si aspettavano trepidanti i balli lenti per potersi abbracciare un po', sempre facendo i vaghi. Leggi, piu' avanti, che uno di questi elementi che costituiscono i pilastri dei tuoi ricordi piu' belli improvvisamente e' venuto a mancare, e non per volere della natura, no. Per scelta.

Non e' stato un incidente di macchina, la collera divina o una bomba a portarcelo via, no. Ha deciso lui. Cosi', senza neanche avvisare. Non che si fosse piu' in contatto, certo. Qualche sporadico messaggio su Facebook. Il venire a sapere, tramite amici comuni, che lui di certo non e' piu' lo stesso. Anzi, e' un po' strano. Si cresce, si cambia, ci si dimentica gli uni degli altri.
E mentre i ricordi tornano a galla l'uno dopo l'altro viene da pensare ma come, non sapeva? Non sapeva che c'era comunque qualcuno a cui avrebbe potuto rivolgersi, prima di commettere una simile sciocchezza? Forse sapere che per qualcuno, in un tempo passato ma comunque per sempre, sei stato importante, sarebbe servito? Nella testa mi scorrono le immagini di tutte le pagine dei diari scolastici che ho riempito. Il disegno della casetta di Biancaneve con tutti e sette i nani dentro che mi cade addosso il giorno che ho saputo che lui si era messo con un'altra. Si, ero una fumettara, e pure con un certo talento, se me lo consentite, ma poi ho smesso. Una buona occasione per riderci sopra andata sprecata.
Ricordo che mi diceva spesso, per prendersi gioco di me, "mi preoccupi fortemente!" Credo sia stata l'ultima cosa che gli ho detto quando mi ha chiesto di presentarlo a una mia ex compagna di classe vista su Facebook. Mi scrisse anche di "stare con i piedi per terra", e in questo gli ho dato retta. Ho smesso di sognare cose impossibili, e mi sono afferrata a quanto di reale mi passava davanti, riuscendo a catturarlo.
E ora sale una rabbia che non ti spieghi.
Sai che passera', "in fondo vi eravate persi di vista", ma "dei se e ma son piene le fosse". Appunto.
Il mio augurio e' che trovi comunque la sua strada, ovunque sia.

Sunday, 3 April 2011

Perche' Lo Fai


Sabato pomeriggio lavorativo.
Ore 2:15 in pausa pranzo. Mangio un panino al volo mentre mi avvio verso Oxford Street passando per James Street, la strada dei ristorantini dove sarebbe preferibile non mangiare perché dire che sono turistici e' dire poco. Sul lato destro della strada c'e' un posto dove fanno un costosissimo gelato insapore, ma servito in delle deliziose cialde fatte a mano e tutte quelle che si rompono, bontà loro, le mettono fuori in un cestino. Arraffo la piu grossa, felice di uno snack gratuito, e mi appresto ad affrontare la fiumana.

Ho decisamente compreso il significato di "tritone all'ora di punta" da quando frequento Oxford Street: tutto, macchine e persone, procedono a passo d'uomo su una strada+marciapiede delle stesse dimensioni della corsia centrale del mercato di Porta Portese. Riesco a svincolarmi - letteralmente - e infilo una stradina secondaria dove non c'e' nessuno: sono diretta ad un Jumble Sale, una vendita di beneficenza organizzata da una mia amica. 
Ore 2:20: il cartello fuori la venue recita Stella McCartney, Gucci, Prada, Louis Vitton, Balenciaga, Rupert Sanderson. I primi quattro so chi sono, gli altri due no, e meno male che non tradurro' questo post in Inglese se no mi cancellavano dai listings di Google seduta stante. Questi personaggi hanno generosamente donato abiti, scarpe, accessori e quant'altro per una raccolta fondi a favore della Croce Rossa in Giappone e per aiutare le vittime dello Tsunami. Quando c'e' da fare del bene si deve sempre essere in prima fila, specie se si tratta di vestiti di marca usati. "Eh si", penso sospirando, "ti faranno Santa, con tutta questa beneficenza che fai!"* 
Talmente Santa che, mi rendo conto con sgomento tastando la tasca della giacca, mi sono dimenticata i soldi al lavoro. Un genio. "Ah vabe', ma tanto qualcosa per la donazione ce l'ho, di sicuro non posso permettermi niente, figurarsi..."

Come volevasi dimostrare, dopo aver scambiato baci&abbracci con l'amica e altri conoscenti, trovo almeno due cose che mi sarei potuta comprare: una gonna senza etichetta che pero' gridava Roberto Cavalli da tutte le plissettature e una giacca stile sacco-di-iuta-radical-chic di uno stilista di cui non mi ricorderò mai il nome ma forse cominciava con la "P". No, non e' Prada, non ho mai visto Naomi Campbell con questa cosa addosso e anche se l'avessi vista figurati se me la ricorderei...
Prezzo al pezzo, £10. 
Perlamiseria non le puoi lasciare li! Mentre rifletti sul da farsi, tipo corrompere l'amica e farti mettere queste due cose da parte che corri a prendere i soldi e torni, ti squilla il cellulare. E' la collega che e' rimasta sola al lavoro. Oddio, cosaccade.
"Pronto, problemi?"
"Si!" (Ecco) "E' venuto Mr X a ritirare il suo ordine ma non so di che cavolo sta parlando, che faccio?"
"E' per caso venuto a ritirare una palla di neve con un lampione dentro?"
"Si!"
"Tutto a posto, e' giù in ufficio pronta. Visto che sei da sola, chiedigli gentilmente di aspettare fuori mentre tu scendi e non far entrare nessuno, che se no ci fanno fuori tutti i portachiavi e forse anche qualche stampa edizione limitata."
"Ah, OK...quindi che gli devo dare?"
"(...) La  s-c-a-t-o-l-a. Guarda, non ti puoi sbagliare, e' l'unica scatola giù in ufficio."
"Ah, OK."

La telefonata ti ha destabilizzato. Ora inizi a pensare se la vuoi veramente, la giacca stile sacco-di-iuta. Ma in finale e' per benefice...ti risquilla il cellulare.
"Pronto?"
"Ah! Senti, c'e' un problema"
"Un problema?"
"Si, abbiamo aperto la scatola, e la palla di neve ha un difetto."
"Un difetto??"
"Più difetti..."
"Più difetti???"
"Eh, si...c'e' un graffio...e mi sa pure un capello che fluttua nell'acqua insieme ai fiocchi."
"Opporc..."
"Gia'. Ma per fortuna ne abbiamo un'altra uguale e senza difetti, posso dargli quella?"
"Si! Ecco brava, dagli que...no, aspetta, mi sa che l'altra palla di neve e' riserva..."
"Pronto? Non ti sento pi..." crack. Cade la linea.

Sono costretta a mollare gonna&giacca e a uscire. Richiamo la collega:
"Pronto? Sono io! Pare che dentro non prende..."
"Allora gli sto dando quell'altra..."
"NO! Ti dicevo, forse l'altra e' riservata, devo fare un paio di telefonate..."
"Ma il cliente ha fretta!"
Giustamente, se aveste speso mezza piotta per una palla di neve con lampione edizione limitata (prestigiosissima scultura di J.A., ndr) avreste fretta anche voi, no?
"Pronto?"
"Eh?"
"Non sento piu' nie..." crack. Ri-cade la linea. Faccio le due telefonate ma nessuno risponde. Dopotutto, e' Sabato. Gia'. Lascio accorati messaggi in segreteria.
Risquilla il telefono:
"Pronto, sei la capa che accorre in mio aiuto?"
"No, sono la collega di prima."
"Ah."
"Il cliente ora vuole il rimborso." (sottotitolo per i non-Inglesi: e' discretamente adirato)
"Guarda, ho chiamato le due persone, possibilmente mi faranno sapere nei prossimi dieci seco..."
"Vuole il rimborso."
"OK," esalo mestamente, "Arrivo." Saluto al volo la mia amica, faccio la donazione, dico addio per sempre a quella gonna fichissima perché sulla giacca ho già cambiato idea e torno a razzo verso il luogo di lavoro.
A meta' strada mi squilla di nuovo il cellulare:
"Ventisecondiesonoli!" Ansimo.
"Guarda, non c'e' più bisogno, il cliente dice che ripassa dopo."
E va beh, ma allora ditelo! Decido di tornare comunque al lavoro per risolvere il patatrack. 
Sono ormai nel pericolosissimo mood da shopping mancato.

Ore 5:45, 15 minuti alla chiusura dei battenti. Mi arriva una email dal marito: 
"Ciao Piccola, passi di qui?" Io e lui abbiamo la fortuna di lavorare molto vicini e il Sabato solitamente torniamo a casa insieme. Al che mi viene un'idea. So già che me ne pentirò, ma mi viene un'idea. Digito sulla tastiera:
"No, passa tu che andiamo da H&M e forse anche da GAP. Dai, dimmidisi che tanto non mi compro niente!" Funziona. Alle 18:05 G. e' fuori alla porta e ci avviamo per la stessa strada, con me che ri-arraffo la solita cialda a sbafo. Ora, io non sono una shopaholic (anche se qualcuna di voi ricorderà questo post), ma quando vedo i saldi di mezza stagione non resisto. Inoltre, ogni volta che entro da GAP, finisco per comprare cosine per lui invece che per me, quindi tanto vale portarselo dietro, no? 
Grave errore.
E' qui che verrebbe da dire: Perché Lo Fai (Disperata Ragazza Mia), senza nemmeno il punto interrogativo. Tanto lo sai che le vie di Madre Natura sono misteriose, e tentare di convincere il tuo uomo che shopping is good non avrà esito positivo. Gia' appena varcata la soglia di qualsivoglia negozio mettono su quell'aria insofferente mascherata da benevola sopportazione. Al che provi a fargli vedere qualche maglione da uomo a meno della meta' del prezzo di listino.
"Ma ce l'ho i maglioni..."
"No, non e' vero, te li sei persi tutti..."
"Ho quello arancione..."
"E' bucato."
"Mica l'avrai buttato??"
"Ancora no."
"E poi adesso fa caldo."
"Adesso. Dicono che probabilmente il Principe William e Kate Middelton si sposeranno sotto la neve."
"Cheeee?"

Yes, this is London.

Provando a cambiare discorso:
"Guarda che bella quella giacca!"
"Ma anche no."
"Perche' no?"
"Fa troppo Ispettore Cluseau."
"Non dicevo quella, ma quella accanto, quella di pelle!" 
"Mgh."
"E questa magliettina?"
"Mastaraischerzando!"
"Perche'?"
"E' molto gaia."
"Ma noooo...e' a righe!"
"Ecco, appunto. Fa molto Pesshoppboois." Wow, non mi aspettavo avesse le idee cosi chiare, il ragazzo.

Come volevasi dimostrare, non abbiamo comprato niente.
Calerei un velo pietoso su quando e' arrivato il mio turno nel reparto donna. Scannerizzo la sala, individuo due o tre cose papabili, guardo la sua espressione priva di entusiasmo e mi faccio contagiare dall'umore. Dopo due giri di boa, infiliamo la porta d'uscita contemporaneamente e ci rituffiamo nella processione per prendere lo svincolo verso casa.
Ah, ma tanto ci torno da sola, da GAP.

* A parte gli scherzi e il bonario sarcasmo, l'emergenza Tsunami, come tutte le altre emergenze, sono cose serie e anche una piccola donazione può fare la differenza!

Saturday, 26 March 2011

E Allora Ditelo.

Sono stata ottimista.
Ho pensato che cercando su Google "Marco Columbro" mi sarebbe apparsa una foto della sua celebre espressione basita, quando nei gloriosi anni '90 lancio' l'indimenticabile tormentone del E allora ditelo!
Ovviamente tale foto manca, ma in compenso mi dovrebbero spiegare perché, invece, mi compaiono immagini di ragazze in tanga. Misteri della rete.

Da quando mi sono trasferita in Inghilterra, ho riscoperto la potenza di questa dimenticata espressione idiomatica, di cui penso non esista la traduzione in Inglese. Non esiste per un motivo particolare: non e' una risposta contemplabile, e ora vado a spiegarvi il motivo di cotanto animato post.

Situazione tipo: stai organizzando una mostra con altre quattro persone.
Non poteva esserci altra situazione tipo visto che il Blog si basa interamente su questo, barcamenandosi tra Inglese, Italiano, pochissimo tempo per scrivere e una necessaria autocensura.
Tornando alla mostra, va scritto il comunicato stampa e trovato un titolo definitivo: si fa la riunione. Oh, c'e' una persona che non può venire, ma che promette di appoggiare qualsiasi scelta sarà fatta. Benissimo!
Si opta per un titolo, si sottopone al supervisore che puntualmente lo rigetta. Inizia un tete-a-tete via email con il suddetto supervisore per trovare qualcosa di più appropriato. Fatta la proposta, la sottoscritta (che si e' presa l'oneroso incarico delle PR), manda email ai colleghi con il nuovo titolo che ha già riscontrato l'approvazione del supervisore.
"Fatemi sapere che cosa ne pensate, please", perché ovviamente vige la libera opinione, la democrazia e tutti quei buoni propositi la'. Due settimane di silenzio, arriva il giorno della spedizione del comunicato stampa. Si fa un'altra riunione ed ecco come se ne esce la stessa persona che l'ultima volta era assente: "Non mi ricordo di aver approvato questo titolo. Possiamo sceglierne un altro?" Al che io guardo gli altri tre con gli occhi di fuori e, chi più e chi meno, timidamente la appoggiano:
"Beh, si, in effetti non e' che questo titolo abbia molto senso..."
"Eh, lo penso anch'io."
"In effetti cambiamolo!"
"Eh, ragazzi..." faccio io "...sapete come funziona coi comunicati: o partono due settimane prima o non se ne fa niente..." Prendo un grosso respiro e aggiungo: "Inoltre, non ve ne potevate uscire due settimane fa, quando ho mandato la mail chiedendo cosa ne pensavate?" Che tradotto sarebbe: E ALLORA DITELO! No?

L'Inglese DOC a questo punto già ti guarda male.
Si, perche' qui e' maleducazione dire a qualcuno che una cosa non ti piace o non ha senso, pero' ha più senso fermare un'intera "campagna di marketing" (metto fra virgolette perché in finale siamo cinque studenti sfigati che studiano per diventare curatori) perché alla fine il modo si trova. Più subdolamente.
Certo e' che, dopo tre anni, avrei dovuto imparare che il "silenzio stampa" da parte dei tuoi colleghi non presagisce nulla di buono.
Avrei dovuto capire che "it's not too bad" in realtà' vuol dire "fa davvero schifo."
Anche un aggiornamento sulle moderne imprecazioni in lingua Inglese non sarebbe stato troppo sbagliato.

Ogni volta la stessa storia e, ogni volta, ho visioni della faccia esasperata di Columbro, circondato da giovani ragazze in fiore che ballano in bikini, che pronuncia la fatidica frase con i coretti di sottofondo.

Get LOST: Matthew Fox dal piccolo schermo alle tre pareti

C'e' un motivo per cui Londra e' la patria del gossip: ci sono piu' star internazionali a piede libero qui che alla notte degli Oscar. 

Sei al lavoro e ti entra Bill Nighy, mentre Amy Winehouse e il suo casco di banane per capelli fanno le loro sporadiche apparizioni dal vicino dentista. Una mattina si e dieci no ti imbatti in Noel Gallagher, con cui ormai scambi un conviviale 'ood 'Morning. Le inaugurazioni delle mostre sono talvolta allietate da visioni di Orlando Bloom e Jude Law. E a teatro ti ritrovi nientepopodimenoche' il Dottor Jack Shepard, la star di Lost, vero nome Matthew Fox.

Lo ammetto, sono andata per vedere lui, non perche' sapessi chi fosse Neil LaBute, che tra l'altro mi si e' rivelato essere un grandissimo misogino. In a Forest Dark and Deep parla della rivalita' tra fratelli, in questo caso tra fratello e sorella. Lei, che tra l'altro e' Olivia Williams (la moglie di Bruce Willis ne "Il Sesto Senso"), deve traslocare dalla baita di campagna e chiama il fratello per farsi aiutare.
L'avesse mai fatto. Dopo dieci minuti che Fox e' in scena, stappa lattine di birra, fa finta di mettere libri dentro gli scatoloni e dice tre parole e quattro fuck, si capisce che la serata finira' tutt'altro che a tarallucci e vino. Billy, il suo personaggio, non solo non aiuta, ma inizia tutta una serie di recriminazioni che, alla fine, portano a scoprire lo "stile di vita" segreto della sorella che, a detta sua, e' meschina e manipolatrice. Lei, Betty, a parte il provare a dire "adesso pero' basta" si piglia di tutto senza neanche tirargli appresso una padella ma solo un paio di strofinacci pure puliti.

E che avra' mai fatto questa povera donna per attirarsi le ire funeste del fratello?
Fa l'insegnante, quindi ha tre mesi di vacanze l'anno: sbagliato. Billy fa il manovale, un lavoro vero.
Ops, si scopre che tradisce il marito: immorale. Pure li Fox si e' prodotto nelle imprecazioni piu' incredibili, inclusa: "suppongo che l'unico uomo del circondario che non ti sei scopato sono io." Caruccio. Andando avanti con la trama, che si sviluppa in equilibrio precario tra questi esplua' maschili e una tenue difesa femminile, viene fuori anche la ragione per cui Betty deve traslocare: il suo amante era uno studente. Era? Si, perche' e' morto. Come e' morto? Ha avuto un incidente.
Ah. E volete sapere come va a finire? Dopo aver vinto i Campionati Mondiali di Predicozzo Fino allo Sfinimento, Billy decide finalmente di aiutare la sorella pasticciona. Perche'? Perche' in effetti l'ha ammazzato lei, lo studente, che aveva deciso di mollarla (ops, forse non dovevo scriverlo. È uno spoiler grosso come una casa!) Al che suppongo il pubblico si aspetti di vedere calare la scure, viste quante glie ne ha dette in precedenza. Ma no, situazione troppo seria per girare il dito nella piaga, il senso fraterno prende il sopravvento.

Non vi sembra una piece teatrale un po' assurda? Conosco una persona che l'avrebbe scritta cento volte meglio. Niente da dire sugli attori: Fox e Williams reggono due ore di monologhi, botta e risposta, tensioni e oggetti che volano per la scena, incluso uno schedario di metallo. No, non un raccoglitore, proprio un mobiletto di quelli pesanti. E, non contenti, all'uscita dal backstage si intrattengono anche con i fans, firmando autografi e facendo foto.
Si, ho fatto pure quello, in nome di tutte le ore passate a guardare Lost e a fare il tifo per Jack. Ho questa "policy" personale di rompere le scatole il meno possibile ai famosi, ma ho un marito che si lascia trascinare e che quindi si e' fatto autografare un libro sui Buchi Neri appena comprato, ha girato un video col suo telefonino del 1902 e ha cercato di spingermi a fare una foto insieme a lui, che ho rifiutato.
"Dai, vagli vicino!"
"Ma nooo..."
"Dai, che faccio la foto!"
"Ma dai, poraccio..."
In quel momento mi e' sembrato un animale raro, tirato a destra e a sinistra, e ho davvero rispettato la sua pazienza. Poi ho scoperto che ha una moglie Italiana, e probabilmente ha capito tutto quello che dicevamo. Ops.

Nota: in Inglese, "get lost" significa "sparisci, levati di torno". Un gioco di parole decisamente rivolto al personaggio creato da LaBoute, che speriamo sia venuto fuori solo in un momento di estrema frustrazione verso il genere femminile!

Sunday, 6 March 2011

Il Vecchio Maglione

Ethel felt strange in the old house. She had imagined it would be comfortably familiar, like a pair of boots that have taken the shape of the feet that have worn them for years. But in fact she was vaguely uneasy. It seemed more like the home of familiar old neighbours (...) She did not feel that this was her place.
Ken Follett, Fall of Giants,
London: Macmillian 2010, p. 437



Come riescono a cogliere nel segno, i grandi scrittori.
Ci sono enormi cambiamenti nella vita di ognuno di noi, ma spesso non se ne coglie la grande portata che a poco a poco. Quando uno si sposa sa che deve andare via dalla casa in cui e' cresciuto, ma forse non si aspetta la tempesta di sentimenti che lo accolgono ogni volta che vi fa ritorno. Se poi, come me, ti sei trasferita all'estero subito dopo il matrimonio, perfino la città in cui sei nata fa lo stesso effetto, e a volte l'anima si contorce nel balletto delle definizioni, di cosa chiamare casa.

Proprio l'estate scorsa, mentre guidavo di nuovo la macchina sulla Cristoforo Colombo (un'azione così familiare da cancellare in un momento tutta la mia vita parallela nella Perfida Albione), mi e' venuta in mente la metafora del vecchio maglione. Ken Follett, uno dei miei scrittori preferiti, ha scelto di spiegare un sentimento di confortevole familiarità con una scarpa vecchia che prende la forma del piede che l'ha portata; io, in risposta a chi mi chiedeva che effetto mi faceva tornare a casa, ho detto che Roma mi dava l'idea di un vecchio maglione che hai portato per anni e anni e poi hai chiuso in un armadio, totalmente incapace di buttarlo via; ancora bello perché pieno di ricordi, ma fuori moda, diverso da cosa si e' diventati. Un indumento che e' stato e sempre sarà parte di te ma non ti rappresenta più.

Credo che tutto questo riguardi il crescere, in generale. Una cosa di cui spesso si ha paura, perché quando si abbandona ciò che e' familiare ci si ritrova da soli a contare sulle proprie forze, e devo ammettere che non sempre si ha la voglia. 
Il tornare in questi luoghi fa bene al cuore e allo stesso tempo stordisce, fa fare il punto della situazione, tira dentro paragoni e alla fine ti lascia un po' svuotata; quando invece ti ritrovi nella terra in cui hai scelto di vivere, che sia momentaneamente o forse no, si riscivola nella routine e lentamente si crede di dimenticare.

Friday, 4 March 2011

That is the question

Hello, my invisible readers.

It's been a while and yes, I am pretty busy, but this absence also bears some speculations that I am going to share with you right before February ends and there will be no post to read under this month.

Ups, February has ended, I am just re-opening this post today and it will now be published under March. Whatever.

The point is, it is not very exciting to have a blog if you don't have an interacting community. I know I have made some mistakes: I write in English, but it's not my mother tongue, so the few blessed souls that bump in this rantings must have some serious difficulty. I have discovered lately, while writing a proposal for a show, that sometimes my sentences don't really make any sense.
The reason being that of the phrase construction, which is still unfortunately set on Italian.

At the same time, writing in English excludes all the lazy Italian community, people who usually love to interact but make darn sure not to in another language. In conclusion, I speak about something not everyone is interested in and that is taken very, too seriously to be joked about: curating. Organising shows. Basically, I am in no man's land.

A decision is needed, and I must admit that I miss writing in my own language, con il quale ho molte piu' possibilita' espressive nonostante la mancanza delle lettere accentate sulle tastiere Inglesi. Apprezzate la fluidita'. Testate lo scorrere del linguaggio, senza intoppi da momentanea ricerca del termine giusto sul vocabolario. Aaaah, mi sento come se mi stessi sgranchendo le gambe (sgranchire! Ma come si dira' in Inglese...), o stirando le membra (stretching my limbs? Sounds poetic...)

I don't want to get rid of the English of course: I love writing like this, despite the fact that I am unable to totally grasp every nuance of this language. Let me tell you that I am inaugurating a new section of the blog, "In Italiano".
Qui troverete dei post scritti nella mia lingua natia che pero' non avro' il tempo di tradurre in Inglese...anche perche' potrebbero esserci lamentele varie verso il paese ospitante.

Che forse e' pure ora.